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Il cantico di Natale, dello stanco… balneare

by • 18 dicembre, 2018 • Dal territorio, MarcheComments (0)22

di Gianfranco Palestini

Era la sera di Natale ed il nostro balneare, passeggiava solo soletto sul lungomare di una cittadina della costa adriatica, e, guardando nella penombra gli stabilimenti balneari, pensava al destino, al futuro incerto, alla famiglia che lo aspettava quella sera…
Pensava e nel frattempo si allontanava da casa: ormai i sessanta erano passati e le gambe si rifiutavano di camminare ancora.

Si sedette così su di una panchina, di quelle con la spalliera rotonda e poi, sarà stata la stanchezza, la comodità, il sussurro del vento… il fatto è che il nostro uomo si addormentò dolcemente.
Dormiva e nel sonno, all’improvviso cominciò a sognare e sognò il padre che prima di lui aveva gestito lo stabilimento balneare.
Un padre invecchiato e triste, che vicino ad un albero di Natale illuminato, in un Natale passato, lo guardava triste.

“Che hai papà?” farfugliò mentre sognava, “perché sei così triste, tu che eri un’allegrone?”.
“Perché, figlio mio”
rispose il padre, “vedo che il tempo passa, io non ci sono più e tu non fai niente per conservare questo stabilimento balneare e presto, con quella malefica direttiva lo cederai chissà a chi….”

Il nostro balneare protestò che lo stabilimento costa fatica, meglio prendere un po di soldini, appena gli sarà riconsciuto qualcosa, e lasciar perdere questo lavoro ingrato!

“No” insistette il padre, “il nostro stabilimento balneare è come un persona di famiglia, l’abbiamo ripulito, curato, vi abbiamo investito, siamo cresciuti con lui: c’è tanto di noi, della nostra famiglia, ci sono dentro le memorie, gli affetti… è lì che ho conosciuto la mamma”.

Il nostro balneare, turbato da quel sogno di un Natale passato, si agitò un po ma ricominciò a dormire.
E mentre dormiva gli apparve in sogno l’amico Giuseppe, bagnino anche lui.
L’amico lo guardava dal soggiorno di casa, anche lui tutto triste e abbacchiato ed era vestito come lo aveva visto la mattina a messa, tutto elegante come un pinguino, ma era un pinguino triste.
“Caro amico” gli diceva, “oggi in questo Natale presente, volevo farti gli auguri, ma ho pensato che era una cosa inutile”.
“Perché inutile, non siamo amici?” chiese angosciato il nostro che gli voleva bene e non voleva passare così questo Natale.
“Perché ti sei allontanato da noi, non sei più la persona che eri prima: del tuo e dei tuoi vecchi, non ti interessa più nulla, aspetti solo la legge che ti riconoscerà un po di soldini… Dei lunghi giorni in cui insieme aiutavamo i bagnanti, delle tante ore a darsi una mano l’uno con l’altro, delle belle chiacchierate la sera, non ti è rimasto neanche il ricordo… Te ne vuoi solo andare e rinnegare la tua vita e i tuoi amici, abbandonando i tuoi stessi clienti che per te sono, come per me, una famiglia.”

E mentre parlava, Giuseppe rimpiccioliva pian piano nel sogno, fino a scomparire, lasciando il nostro balneare angosciato e triste.
Si agitò sulla panchina, ma il sonno lo riprese e questa volta vide il figlio Andrea più adulto che parlava con la fidanzata, ormai moglie e con quello che sarebbe stato il futuro nipotino vicini, ad un abete tutto illuminato, nel soggiorno di una casa che non conosceva: stava guardando un Natale futuro!
Sospirava Andrea, ricordando i giorni passati col padre sul mare e esprimeva accorato i suoi rimpianti:
“Non era questa la vita che volevo, non volevo diventare un impiegato dietro ad una scrivania” – diceva sospirando – ho studiato come papà voleva, ed adesso mi ritrovo qui, nella nebbia padana attaccato a uno stupidi PC: sai che meraviglia! Io volevo restare al mare e lavorare anch’io come il nonno, lo zio, il papà, in uno stabilimento balneare, avere amici, vedere il mare tutti i giorni, avere l’orgoglio di essere qualcuno, senza cartellini da timbrare e nebbia da respirare.”

A questo punto il nostro balneare colpito nel vivo, si svegliò respirando affannosamente, e pensò agli amici balneari che andavano a Roma a protestare, agli amici con cui condivideva il lavoro, ai giorni perduti a lamentarsi, alla sua triste rassegnazione che, pure, lo rodeva.
“No!” grido forte, “No! come sono stato cieco e stupido, come ho potuto rischiare di perdere tutto, famiglia, amici, dignità per quattro soldi, per restare un triste pensionato che guarda il passeggio sul corso tutti i pomeriggi”.

“No!” grido ancora e cominciò a correre – si fa per dire – verso la casa dell’amico Giuseppe, per chiedergli di fargli la tessera dell’associazione balneare, di portarlo con lui alla prossima manifestazione a Roma.
Correva (quasi) sulle gambe non più stanche, verso una scelta diversa, verso un Natale che sarebbe stato diverso, verso un figlio di cui difendere il futuro lavoro allo stabilimento, e verso un amico di cui mantenere l’amicizia..

E mentre correva si fermò e si girò un momento, nelle ombre della sera per guardare il suo stabilimento quieto brillare alla luce della luna e si commosse, perché non gli era mai sembrato così bello!

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